(Il silenzio delle stelle, attraverso Maria Teresa G.): ll mi' nome non ha importanza, ma la mia storia, sì.
Me ne so' ita a 40 anni, col petto scarnificato inutilmente. Il mi' dottore lo diceva sempre: L'è un male che 'un si po' trascurare, ma io, testona, cocciuta, 'un volevo lasciare il mi' lavoro; il mi' omo, porino, 'un lavorava da tanto tempo.
Pretese 'un se n'aveva, se fosse stato per noi due, 200.000 sarebbero bastate, avendo la casa, ma c'era la mia cittina, e lei era abituata ad avere tutto: la scola, i bei vestitini, il motorino, la parrucchiera, il cinema e la mi diceva: Mamma, te tu mi compri codesto? Mamma, te tu mi compri quell'altro? ed io l'accontentavo, era la mia cittina ... mi pareva giusto.
Quando me ne so' ita, nessuno poté più dargli nulla di nulla. L'aveva sì e no 18 anni e s'era messa appiccicato addosso un tizio ricco, che l'aveva rincitrullita con tante gabole. Aveva promesso di sposarla ... sì, sposarla!
La pelliccia, la collana, 'na bella casa, sì, ma sposarla ... e poi, stufatosi, l'ha scaricata a un amico, che l'ha scaricata a un altro amico e adesso la mia cittina, che non ha ancora 30 anni l'è malata fradicia e spero e prego Dio, sì, prego che la venga presto di qua, con me.
'Un è possibile per chi vuole bene ai figlioli! Perdonatemi lo sfogo, io vo' e pregate con me perché Dio possa farla venire presto! ...