C'è un momento, nella vita di ogni uomo, in cui il tempo smette di essere una linea retta e diventa un cerchio. Per me, Tiziano Montanari, giornalista con trentacinque anni d'Asia alle spalle, quel momento arrivò una sera di pioggia a Firenze, con una vecchia lettera tibetana tra le mani. Parlava di un Rinpoche della Risata, di un monaco che aveva imparato a ridere del tempo, e di un luogo "dove il sole nasce due volte". Sciocchezze? O l'eco di una saggezza dimenticata?
Così inizia un viaggio che non è solo un attraversare continenti - dall'India caotica e ammaliante, su per le vette remote dell'Himalaya, fino ai tetti del mondo di Dharamsala e all'eterna Varanasi - ma un perdersi per ritrovarsi. Un inseguire indizi che sembrano coincidenze, mercanti di sogni, saggi dal sorriso imperscrutabile, e guide che sanno che la vera meta non è mai alla fine del sentiero, ma nel sentiero stesso.
Ma cosa si cerca, davvero, quando si cerca un monaco che forse non esiste, o che forse è già dentro di noi, come un'eco della risata cosmica? Si cerca di capire se il passato e il futuro sono illusioni, se la morte danza davvero con la vita, e se, alla fine di tutto, l'unica risposta sensata al grande scherzo dell'esistenza sia una profonda, liberatoria risata.
"Il Monaco che Rideva del Tempo" non è solo il racconto di una ricerca. È l'invito a un pellegrinaggio interiore, dove ogni incontro è uno specchio, ogni perdita un ritrovamento, e ogni passo, anche quello che sembra riportarti indietro, ti avvicina al cuore pulsante del mistero. Un mistero che, forse, non chiede di essere risolto, ma semplicemente accolto. Con un sorriso. E, perché no, con una bella risata. Perché a volte, per capire tutto, bisogna prima accettare di non capire niente. E ridere, ridere di cuore, come se il tempo stesso fosse la più grande delle barzellette.